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Perché sono sicuro che programmare non sarà il mio mestiere per sempre

Devo essere sincero con me stesso: non voglio essere un programmatore per tutta la vita.

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Non lo dico con rabbia, né con disprezzo verso la programmazione. Anzi: una parte di me la ama davvero. Mi piace l’intelletto, mi piace capire come funzionano le cose, mi piace costruire sistemi che prima non esistevano. Ma l’altra metà del mio cuore batte altrove. Batte quando c’è silenzio. Quando c’è vento. Quando c’è terra sotto le scarpe e non notifiche sullo schermo.

Io sono Andrea, e ho questa sensazione sempre più chiara: il mio posto nel mondo è più vicino alla natura che a una scrivania.

La città mi consuma (e non è solo stanchezza)

La città e i suoi ritmi mi fanno soffrire. Non è “sono stanco, mi riposo e passa”. È un logorio più sottile: un’accelerazione continua, spesso senza direzione, senza struttura, senza rispetto per il tempo umano.

E in mezzo a questo, programmare diventa l’ennesimo strato di distanza: ore davanti a uno schermo, dentro problemi astratti, con la testa sempre accesa e il corpo sempre fermo. A volte finisco una giornata e non mi sento pieno: mi sento svuotato.

Non è la fatica buona, quella che ti fa dire “oggi ho fatto qualcosa”. È una stanchezza che non lascia traccia, come se la mia energia si dissolvesse in un posto dove niente è davvero reale.

Mi piace la mente, ma io cerco qualcosa di più concreto

La verità è che dentro di me c’è una spinta forte verso le cose pratiche, manuali, tangibili. Quelle che ti fanno vedere subito l’effetto di quello che fai. Quelle che ti fanno sentire nel corpo che sei vivo.

La programmazione è bellissima quando crea, quando risolve, quando ha un senso. Ma troppo spesso è un lavoro che resta intrappolato nel virtuale: codice che parla a altro codice, strumenti che cambiano di continuo, problemi che esistono solo perché abbiamo costruito sistemi talmente complessi da generare continuamente nuova complessità.

Io invece desidero un impatto più diretto, più “a terra”. Qualcosa che possa guardare e dire: questo è reale, l’ho fatto io, e ha migliorato qualcosa.

La natura mi risponde in un modo che nessuna tecnologia sa fare

La natura è sempre stata la mia risposta. Non perché sia “romantica”, ma perché è essenziale. È silenziosa eppure chiarissima. È calma eppure potentissima. E soprattutto: non mente.

Quando sono in mezzo alla natura, io mi riallineo. Mi sento al posto giusto. Il rumore mentale si abbassa e compare una forma di lucidità che in città faccio fatica a ritrovare. È come se tutto tornasse al suo ritmo naturale, quello che l’essere umano si è dimenticato di rispettare.

E questa cosa, col tempo, è diventata un segnale troppo evidente per ignorarlo.

Il mio progetto di vita non è “fare carriera”, è trovare stabilità per fare cose che contano

Mi sono sempre posto un obiettivo: raggiungere una stabilità, non per accumulare o per “scalare”, ma per liberarmi.

Liberarmi per poter investire tempo ed energie in ciò che per me ha valore vero. Nella mia vita e nella vita degli altri.

Sviluppo sociale. Educazione ambientale. Cura dei territori. Sensibilizzazione. Comunità. Tutte quelle cose che oggi vengono trattate come marginali perché non ci si può lucrare sopra facilmente. E questo mi fa male, perché è proprio lì che si gioca il futuro: non in un’altra app, non nell’ennesima ottimizzazione, ma nella capacità di tornare umani e responsabili.

Io voglio stare dalla parte di ciò che costruisce, non solo prodotti, ma coscienza.

L’indifferenza dell’umanità verso la natura mi spinge a scegliere

Vedere come l’umanità tratta la natura — con indifferenza, superficialità, avidità — è qualcosa che mi pesa. E più mi pesa, più sento che non posso restare spettatore.

Non voglio passare la vita a contribuire (anche solo indirettamente) a un sistema che corre sempre più veloce verso l’espansione senza misura, mentre fuori crolla tutto ciò che è vivo.

Non dico che la tecnologia sia “il male”. Dico che, per me, non può essere il centro. Deve essere uno strumento. E il centro, io, lo voglio mettere dove si sente il respiro del mondo.

Quindi… cosa significa davvero “non voglio programmare per sempre”?

Non significa che smetterò domani.

Non significa che la programmazione non mi abbia dato tanto.

E non significa che io rinnego la parte di me che ama pensare e creare.

Significa che non voglio che sia la mia identità definitiva. Non voglio che il mio tempo migliore, le mie energie migliori, la mia vita intera finiscano in un ciclo di schermi, scadenze e astrazioni.

Voglio una vita più vicina alla realtà. Più lenta dove serve. Più utile. Più sensata.

E adesso?

Non ho tutte le risposte. Non ho un piano perfetto. Ma ho una direzione: tornare verso ciò che mi fa sentire vivo.

Voglio costruire una stabilità che mi permetta di scegliere con coraggio. Di fare cose che non sono “scalabili” ma sono importanti. Di cercare un modo di lavorare che non mi allontani da me stesso, ma che mi riporti a casa.

E forse questo è già abbastanza, per iniziare.

Perché riconoscere che la programmazione non è “per sempre” non è una resa.

È un atto di sincerità.

Ed è il primo passo verso una vita che assomiglia davvero a chi sono.